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II° Edizione del Focus Group

Dopo la prima edizione del focus group, l’iniziativa ha ottenuto il patrocinio del Ministero della Giustizia e,  l’avvocato Romano ha organizzato una seconda edizione del progetto, coinvolgendo altre aziende sempre del territorio piemontese
La ripetizione dell’iniziativa permette ai ricercatori di ottenere un numero maggiore di dati da analizzare, che saranno poi presentati durante un evento organizzato appositamente.

Qui sotto è possibile scaricare le slide utilizzate.

Una ricerca dal titolo “Mediazione e impresa” in collaborazione con il Sole 24 Ore e l’Universita degli Studi di Bari

In particolare, si tratta di una una ricerca per la promozione della cultura conciliativa nella soluzione dei conflitti d’azienda, strutturata secondo le regole del focus group a cui partecipano le aziende del territorio piemontese.

Un’occasione per approfondire il tema in oggetto e raccogliere le esigenze delle aziende.

Qui sotto si possono scaricare le slide utilizzate durante l’incontro del 30 novembre 2012.

AIDDA, Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti d’Azienda, sede di Torino, organizza per domani 24 gennaio, alle ore 19,30, un incontro sul tema «La mediazione, uno strumento di risoluzione delle controversie per l’impresa», in collaborazione con l’organismo di mediazione accreditato Aequitas adr e il coordinamento dell’avv Monica Romano di Torino.
L’incontro, seguito da una cena, si terrà presso l’enoteca Casa del Barolo,a Torino. Al centro dell’evento, sarà rappresentata la simulazione di un procedimento di mediazione, avente ad oggetto una tipica controversia commerciale. «Lo scopo dell’iniziativa», riferisce Monica Romano, avvocato torinese, mediatore e arbitro accreditato, affiliato ad Aequitas a.d.r., «è far comprendere alle imprenditrici e manager, attraverso la potenziale immedesimazione nelle parti recitanti, quali e quante siano le opportunità offerte dall’approccio conciliativo e come le qualità di un buon mediatore possano contribuire alla corretta gestione e soluzione di un conflitto». La simulazione sarà tenuta da mediatori di Aequitas a.d.r., organismo accreditato dal Ministero della Giustizia, con sede anche a Torino, che presenterà alle imprenditrici e manager di .A.I.D.D.A., anche la propria convenzione e la clausola contrattuale che consente di accedere alla mediazione volontaria.

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SCOCCA L’ORA DEL PREVENTIVO MA PER QUALCUNO È GIÀ UNA REGOLA

L’attenzione alla trasparenza
di Federica Micardi

Lavora soprattutto con le imprese anche Monica Romano, avvocato a Torino, che già dal 1997 tenta di risolvere i problemi dei clienti fuori dalle aule del tribunale. «Da sempre cerco strumenti alternativi alla causa – racconta Romano – perché le aziende con cui lavoro hanno la necessità di chiudere in tempi brevi le controversie e non possono aspettare sette anni una sentenza».
La mediazione, secondo l’avvocato Romano, offre tre vantaggi: costi contenuti, tempi brevi (la durata massima è di quattro mesi), favorisce il dialogo.
«Capisco i colleghi che non apprezzano la mediazione -afferma – perché non è per tutti, ma si tratta comunque di un ulteriore strumento a disposizione della nostra professione».
«Per me il tribunale resta l’estrema ratio, perché so, per esperienza, che raramente si ottiene ciò che ci si aspetta».

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Uno strumento di risoluzione delle controversie utile all’impresa

Torino 24 gennaio 2012

Durante la presentazione di Monica Romano all’evento organizzato da AIDDA, in collaborazione con l’Organismo di mediazione Aequitas, è stata realizzata una simulazione rappresentativa di un caso di mediazione su di una controversia commerciale.

Puoi scaricare qui il file PDF della presentazione e simulazione.

AIDDA, Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti d’Azienda, sede di Torino, organizza per domani 24 gennaio, alle ore 19,30, un incontro sul tema «La mediazione, uno strumento di risoluzione delle controversie per l’impresa», in collaborazione con l’organismo di mediazione accreditato Aequitas adr e il coordinamento dell’avv Monica Romano di Torino.

Al centro dell’evento, sarà rappresentata la simulazione di un procedimento di mediazione, avente ad oggetto una tipica controversia commerciale. «Lo scopo dell’iniziativa», riferisce Monica Romano, avvocato torinese, mediatore e arbitro accreditato, affiliato ad Aequitas a.d.r., «è far comprendere alle imprenditrici e manager, attraverso la potenziale immedesimazione nelle parti recitanti, quali e quante siano le opportunità offerte dall’approccio conciliativo e come le qualità di un buon mediatore possano contribuire alla corretta gestione e soluzione di un conflitto».

La mediazione, strumento alternativo alla causa civile è stata introdotta dal legislatore nel 2010 ed è ancora poco conosciuta. In numerosi campi del diritto, l’esperimento di una mediazione è condizione di procedibilità per la successiva proposizione di una causa e va pertanto obbligatoriamente tentata dalle parti. Tuttavia, nel settore del diritto commerciale e societario è ancora poco conosciuta e sfruttata, nonostante offra numerose opportunità per le aziende, a cominciare da costi e tempi certi (la mediazione per legge deve risolversi in 4 mesi), e soprattutto dalla figura del mediatore specializzato, il cui intervento consente soluzioni che tendono a preservare, ove possibile, la relazione commerciale e salvaguardare gli aspetti positivi dei rapporti.

«Confido», riferisce l’avvocato Monica Romano, che è anche membro di A.I.D.D.A., «che le aziende possano sempre più rivolgersi all’istituto della mediazione per comporre liti e risolvere il contenzioso. La snellezza dello strumento consente di raggiungere in tempi brevi soluzioni impossibili in Tribunale senza paralizzare l’attività e tutelando la riservatezza delle parti». La simulazione sarà tenuta da mediatori di Aequitas a.d.r., organismo accreditato dal Ministero della Giustizia, con sede anche a Torino, che presenterà alle imprenditrici e manager di A.I.D.D.A., anche la propria convenzione e la clausola contrattuale che consente di accedere alla mediazione volontaria.

Monica Romano è titolare dello Studio Legale Romano, fondato dal padre, avvocato Renato Romano, nel 1956. Laureata a Torino, è iscritta all’Ordine degli Avvocati di Torino dal 1997, è Mediatore specializzato accreditato presso il Ministero della Giustizia con l’organismo di conciliazione “Aequitas a.d.r.” cui è affiliata ed è iscritta all’Albo degli arbitri rapidi presso la Camera Arbitrale del Piemonte. È iscritta all’Albo dei Curatori speciali presso il Tribunale dei Minorenni di Torino, all’Albo dei difensori d’ufficio dei minori e della famiglia, presso il Tribunale di Torino. Premiata da una primaria azienda italiana come “legale dell’anno” nel 2006, Monica Romano è spesso Intervistata come esperta del recupero legale del credito,comparendo su numerose riviste e quotidiani (tra cui Il Sole 24 Ore, Dossier Piemonte, Nea). Iscritta a numerose associazioni, tra cui AGAT Associazione Giovani Avvocati di Torino e Fondazione dell’Avvocatura torinese “Fulvio Croce”, è socia di A.I.D.D.A., Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti d’ Azienda, dal 2002.

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Lo Studio Legale Romano ha sostenuto l’iniziativa ed ha partecipato ai lavori di AIDDA, Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti d’Azienda, fondata a Torino nel 1961, che ha scelto il capoluogo piemontese come sede del suo convegno nazionale e per festeggiare il cinquantenario della sua fondazione.

«Solo un rapporto paritario e sinergico tra avvocato e azienda può garantire il corretto funzionamento del “patto quota lite”». Con l’avvocato Monica Romano abbiamo discusso dell’accordo introdotto in Italia nel 2006 con il decreto Bersani.
di Nicoletta Bucciarelli

Con “patto quota lite” si intende l’accordo tra l’avvocato e il cliente per cui l’avvocato percepisce una parte, la quota appunto, del risultato economico della controversia solo se questa ha esito positivo. Ma quali sono i pro e i contro di quest’accordo? Ne abbiamo parlato con l’avvocato Monica Romano, titolare dello Studio Legale Romano di Torino, specializzato nell’ambito del diritto civile. Le aree di competenza principali dello studio spaziano dalla responsabilità civile al diritto di famiglia, dal recupero legale alla soluzione stragiudiziale delle controversie, dal patrimonio immobiliare alla contrattualistica.
Da quando è applicabile il “patto quota lite” e come funziona?
«La possibilità di adottare il “patto quota lite” per la determinazione del compenso professionale, pratica ampiamente conosciuta nei paesi anglosassoni (e soprattutto negli Stati Uniti) è stata introdotta in Italia nel 2006 dal decreto Bersani. È ora lecito per l’avvocato pattuire con il cliente un compenso correlato al risultato in misura percentuale al valore degli interessi oggetto del contenzioso. È però necessario che il patto con il cliente venga stipulato in forma scritta, che il compenso previsto risulti proporzionato all’attività svolta e in ogni caso, che questo patto non si configuri come una cessione dei diritti sui quali è sorta la contestazione. Questi limiti sono previsti allo scopo di evitare che l’avvocato, essendo troppo coinvolto dall’esito della controversia, perda il suo doveroso distacco».
Volendo individuare una caratteristica prevalente del “patto quota lite” quale indicherebbe?
«Sicuramente la forte aleatorietà poiché il pagamento della prestazione, soprattutto se il patto è previsto nella sua forma ‘pura’, è correlato unicamente all’esito positivo della controversia. La forma più utilizzata, tuttavia, è quella ‘mista’, nella quale è determinato a priori solo il compenso base, cui si aggiunge una seconda voce di onorario, commisurata in percentuale sul risultato ottenuto, e quindi aleatoria».
In quali ambiti e materie viene applicato maggiormente il patto e quando sarebbe consigliabile non applicarlo?
«Il “patto” dovrebbe presupporre quantomeno il ragionevole fondamento della pretesa azionata. In pratica non si può prescindere dalla valutazione delle possibilità concrete di successo della lite o della negoziazione. Tuttavia, questa forma di compenso professionale trova più facilmente applicazione nelle materie del diritto del lavoro, della responsabilità civile e ove ci siano crediti da recuperare. È invece difficile immaginarne un’applicabilità nel settore del diritto di famiglia se non addirittura la sua legittima applicazione, nel campo della difesa penale».
L’applicazione del “patto quota lite” viene dunque più facilmente richiesta da grandi aziende, istituti bancari, compagnie di assicurazioni, in sostanza soggetti che hanno a che fare con la gestione di crediti.
«Nell’esperienza del mio studio, in effetti, si tratta principalmente di aziende che si trovano a dover gestire fisiologici importi di insoluto correlati agli alti fatturati. L’esigenza crescente di queste imprese è quella di trovare soluzioni idonee per una corretta gestione dei crediti che, da un lato, assicurino recuperi rapidi e significativi e, dall’altro permettano di controllare i costi di gestione dell’azione legale e di tenerli quanto più possibile contenuti, soprattutto se il credito non viene saldato dal debitore. Le aziende infatti, non possono rinunciare al tentativo di recupero del credito, perché è necessario alla corretta messa a bilancio (come perdita) dell’importo non recuperato e al conseguente sgravio fiscale delle somme».
Quali sono le difficoltà che fanno emergere la complessità del “patto quota lite”? Che cosa andrebbe fatto per una gestione dei compensi che tenga conto delle attuali esigenze delle aziende?
«Dovrebbe prevedere garanzie e limiti per entrambe le parti che, però, sarebbero difficilmente utilizzabili, almeno nel nostro sistema normativo. Credo quindi che il nostro ordinamento, caratterizzato
da alti costi e da tempi assolutamente incerti, renda di fatto impossibile un proficuo utilizzo di questo strumento».
Preso atto della sua esperienza professionale, come vede il rapporto tra azienda e avvocato?
«Lavoro da molti anni con le aziende piemontesi e conosco bene sia le loro esigenze sia le complessità dei loro processi decisionali. Il rapporto tra le parti si rivela proficuo e soddisfa le aspettative dell’azienda nella misura in cui è basato sulla reciproca collaborazione, sulla massima fiducia e sul rispetto per il lavoro svolto da ciascuno. Solo un rapporto paritario e sinergico, che porti avvocato e impresa ad avere gli stessi obiettivi consente di ottenere quella continuità di relazione che è requisito primario per ottimizzare e ridurre i ‘costi giuridici’, concentrandosi sulla prevenzione, e coordinando gli sforzi organizzativi e strutturali».

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Se il rapporto presentato da Ires-Cgil  conferma una costante riduzione dei redditi dei professionisti, l’impressione è che la contrazione non riguardi tutti gli avvocati. Non a caso, la tendenza del mercato legale italiano è ormai consolidata nella formazione di due tipi di studio “di successo”: l’uno di grandi dimensioni, che, seppur esposto agli sbalzi del mercato finanziario e dell’economia globale, attrae per definizione i grandi clienti; e l’altro, di piccole dimensioni, più snello e adattabile, grazie anche a budget più leggeri quanto a spese di gestione. Sono interessanti, al riguardo, le opinioni di alcuni esponenti di questo secondo “segmento”.

Oltre a sostenere che, per offrire un buon servizio, sul mercato legale «le dimensioni non contano», i professionisti interpellati rimarcano come la scelta di non superare la massa critica di 10 avvocati (quota che è genericamente considerata lo spartiacque tra studi piccoli e medi) consenta di essere flessibili e di seguire gli andamenti del mercato agendo tempestivamente. Decisive, poi, l’organizzazione, la specializzazione e la comunicazione diretta e trasparente con i clienti.
In sostanza, si mette in campo l’offerta di nuove modalità di erogazione dei servizi, grazie all’istantaneo aggiornamento alle più recenti normative e procedure. Nello stesso tempo si sopperisce – grazie all’aggiornamento consentito dalle più recenti tecnologie, tanto per la comunicazione quanto per la gestione delle pratiche e dello studio – alla mancanza non solo di grandi uffici ma, anche, di costosi apparati.
Tuttavia, un’organizzazione che risulti polarizzata verso la qualità della prestazione impone, più di altre, che si realizzi un’attenta articolazione delle risorse professionali, allo scopo di assicurare che avvenga un costante aggiornamento nelle materie di competenza dello studio. E questo è un punto critico da non sottovalutare.

«Per chi si occupa di diritto penale dell’economia – sostiene Alessandro Pistochini, penalista milanese – la piccola dimensione dello studio è un tratto caratterizzante. La differenza tra uno studio e l’altro sta nel livello di specializzazione imposto dalla materia, molto complessa e tecnica. Del resto, il rapporto cliente/penalista è necessariamente fiduciario e quindi il contatto diretto è ineludibile anche con il cliente internazionale, che retribuisce il professionista in ragione del tempo impiegato e della “seniority” dell’avvocato».

Della stessa opinione è Monica Romano, avvocato torinese specialista di recupero e gestione dei crediti d’azienda: «La dimensione contenuta di uno studio legale offre il vantaggio del superamento dei troppi filtri tra cliente e avvocato, che necessariamente incidono sulla tempestività nelle risposte. Quel che conta è la capacità dello studio di adeguarsi alle esigenze del cliente. Ai clienti non interessa il numero di persone che compongono la struttura, quanto avere riferimenti costanti con i quali consolidare il rapporto di fiducia. Per contro, la piccola struttura non può garantire una competenza professionale a raggio illimitato. Quanto all’organizzazione, la dimensione non deve togliere nulla all’efficienza, in particolare se, come nel mio caso, si lavora con le aziende: servono hardware efficiente, software dedicato e aggiornato. Naturalmente, avere collaboratori affidabili e responsabili è fondamentale».

Un tasto “dolente” che viene toccato anche da Ernesto Belisario, avvocato esperto di nuove tecnologie con studio a Potenza e Roma: «Sotto il profilo dei collaboratori – specifica – molto spesso gli studi di piccole dimensioni non possono contare su risorse qualificate, non avendo la stessa capacità di attrarle e trattenerle. Ma a volte vengono apprezzati altri vantaggi, specialmente la flessibilità organizzativa e produttiva. Per chi, come me, si occupa di una nicchia meno tradizionale del diritto, questa flessibilità si traduce nella capacità di aggredire il mercato sfruttandone l’ottima conoscenza e il contatto diretto con la clientela».
Anche Belisario sottolinea la necessità di una specializzazione verticale, che considera il primo passo sulla strada per la qualità: «A parità di competenze – conclude – le chiavi che fanno la differenza sono: la velocità (tutti i clienti sono ormai abituati a ottenere servizi in real time); la trasparenza sulla strategia difensiva, come sullo stato della prestazione e sulle tariffe; la comunicazione su quello che lo studio sa fare e, infine, l’innovazione. Il sito web, la posta elettronica, la presenza sui social network sono strumenti fondamentali anche per il marketing».

I punti da non trascurare

1) L’AGGIORNAMENTO
Si devono articolare attentamente le risorse professionali, allo scopo di assicurare che avvenga un costante aggiornamento nelle materie di competenza dello studio. Questo viene evidenziato come un punto critico che non può essere sottovalutato

2) I COLLABORATORI
È molto importante avere a disposizione collaboratori affidabili e responsabili. Tuttavia, per gli studi di piccole dimensioni non è facile poter contare su profili del genere, a causa di una capacità ridotta (rispetto ad altre realtà) di attrarli e di trattenerli

3) L’INNOVAZIONE
Sotto il profilo organizzativo, l’informatizzazione assume un ruolo decisivo ai fini dell’efficienza della struttura. Inoltre, il sito internet e la presenza sui social network sono considerati strumenti importanti anche per quanto riguarda il “fronte” del marketing.

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Il Piemonte vanta uno dei sistemi giudiziari più rapidi del Paese. Un vantaggio significativo per tutte quelle Pmi che intraprendono azioni legali per il recupero del credito. Ma, come spiega Monica Romano, con i debitori la strategia migliore resta quella preventiva.
di Andrea Moscariello

Fare impresa è sinonimo tanto di rischio, quanto di opportunità. L’economia contemporanea ha posto nelle mani delle aziende un’arma a doppio taglio, il mercato, destreggiabile unicamente da coloro i quali sanno valutare i rischi, pianificare gli aspetti fiscali e, oggi più che mai, gestire oculatamente il credito. Gestire, ma soprattutto recuperare. Garantire la liquidità e, di conseguenza, il flusso dei pagamenti non è più un’equazione scontata. E a testimoniarlo sono le categorie professionali, chiamate ad assistere il tessuto imprenditoriale italiano lungo la strada che porterà, si spera, alla tanto agognata ripresa. «È necessario che le aziende si affidino a validi consulenti in ambito sia fiscale che legale. Ciò consente loro, in via preliminare e con maggiore consapevolezza, di poter conoscere e ponderare rischi e vantaggi delle loro azioni». Monica Romano parla certamente con cognizione di causa. Il legale torinese, infatti, è oggi una delle maggiori esperte di recupero del credito. Un’attività che l’ha coinvolta nelle dinamiche di sviluppo, e in periodo di crisi anche di sopravvivenza, di numerosi attori dell’economia piemontese. Si impegna costantemente nel diffondere l’importanza della consulenza preventiva, che «mira ad evitare errori e leggerezze, e a tutelare,
quanto più possibile, l’azienda da problematiche future». In questo contesto si inserisce anche l’attività di sensibilizzazione che l’avvocato Romano esercita affinché le imprese tengano costantemente sotto controllo i flussi di denaro relativi ai pagamenti delle fatture emesse.
Perché un punto così importante per l’economia d’impresa necessita di una così forte opera di sensibilizzazione, se vogliamo, culturale?
«Perché, se nelle grandi aziende il credito viene sempre più sorvegliato attraverso programmi dedicati, che fotografano e memorizzano la storia di ciascun cliente estraendo automaticamente le posizioni da gestire per il recupero, in quelle medio piccole è attività spesso trascurata. Con il risultato che ci si accorge dell’esistenza di insoluti solo quando la loro entità diventa tale da avere una sensibile ricaduta nella sfera finanziaria dell’azienda».
Dunque la tempistica riveste un ruolo fondamentale?
«La tempestività nell’azione di recupero garantisce senz’altro maggiori possibilità di realizzo del credito, e induce altresì il debitore a preferire nei pagamenti, per il futuro, l’azienda che sa essere vigile e attenta a individuare la situazione di insoluto».
Quali sono le modalità più efficaci per il recupero?
«Dipende dall’azienda e dalla natura del credito. A volte si predilige l’azione giudiziale, altre volte la stragiudiziale anche se, non di rado, partendo dall’aula si finisce con il risolvere il contenzioso al di fuori del tribunale. La scelta iniziale viene comunque eseguita sull’analisi di un duplice presupposto. Da un lato le esigenze dell’azienda creditrice, che ha necessità di lavorare il credito con velocità per chiudere le relative posizioni, potendo così portare a perdita le somme non recuperate trasformatesi in un costo. Dall’altro le reali possibilità dell’azienda debitrice, perché è inutile insistere con un’azione legale quando il debitore non ha il denaro; in questo caso è meglio accettare un pagamento in una percentuale a stralcio, anche bassa, piuttosto che continuare ad aumentare i costi dell’azione laddove è ragionevolmente prevedibile che il credito non verrà recuperato. Certo è che per le aziende di medie-grandi dimensioni i numeri richiedono una massificazione nell’avvio delle azioni che verranno poi valutate singolarmente solo successivamente, nel corso del loro svolgimento».
Lei, personalmente quale strategia predilige?
«Ritengo che la prospettiva di un componimento bonario sia la via in assoluto da preferire laddove emerga, sin da subito o nel corso dell’azione legale, che il mancato pagamento del
credito sia riconducibile a contestazioni sulla prestazione fornita dall’azienda creditrice. In questo caso sono convinta, e l’esperienza mi dà ragione, che il cliente, anche se in principio appare restio, risulta poi soddisfatto constatando che la velocità di chiusura della posizione gli ha consentito di risparmiare energie, costi e risorse che un contenzioso civile, tra l’altro dall’esito incerto, avrebbe certamente richiesto».
Anche il legislatore punta a favorire le risoluzioni attraverso strumenti stragiudiziali. Su tutti da ultimo quello della mediazione. Qual è il suo giudizio in merito?
«La mediazione, da esercitare attraverso organismi qualificati e accreditati presso ilMinistero di Grazie e Giustizia, mira proprio a questo: accelerare i tempi di risoluzione delle controversie attraverso una procedura stragiudiziale decisamente breve, al massimo quattro mesi. L’obiettivo di questo strumento è di riportare in primo piano le parti e i loro reali interessi, spesso persi di vista nelle lungaggini del processo civile e, in quest’ottica, perseguire il componimento della vicenda che avrà tanto più successo quanto più la mediazione sarà riuscita a rendere possibile il rinnovarsi di collaborazioni future tra le parti. Personalmente sono certa che un tale strumento, se utilizzato con serietà e professionalità, si rivelerà estremamente utile».
Analizzando il tessuto economico della sua regione, quali criticità emergono?
«Devo dire che in Piemonte l’autorità giudiziaria svolge il proprio lavoro secondo tempistiche decisamente più rapide rispetto a molte altre regioni, soprattutto del Sud. In particolare il Tribunale diTorino è stato più volte citato sui media come modello da seguire per l’introduzione di sistemi di riorganizzazione e best practices che nel nostro capoluogo hanno dato concreti risultati in termini di efficienza. In quest’ottica le aziende che hanno la propria sede legale sul territorio, e di conseguenza possono radicare in regione l’azione per il recupero del credito, sono agevolate da tempi certamente più contenuti con possibilità di arrivare alla fase dell’esecuzione in 4 o 5 mesi dall’avvio dell’azione monitoria. È evidente che questo incide solo in parte sulla possibilità di riuscire a ottenere il pagamento del credito azionato, ma quantomeno non rappresenta un ulteriore ostacolo».
Molte realtà si affidano a società di recupero crediti che, come era prevedibile, con la crisi si sono moltiplicate. Non c’è il rischio di ritrovarsi affiancati da attori poco esperti?
«Parliamo di realtà che spesso vengono utilizzate dalle grandi aziende, in una fase preliminare, con l’obiettivo di ridurre il carico di posizioni da trasmettere poi allo studio legale. Certo è, però, che non si può pensare che l’attività di una società di recupero possa sostituire quella di un avvocato. Si tratta, come facilmente intuibile, di approcci radicalmente diversi dove il legale non si limita a svolgere un’azione di recupero, che peraltro ha comunque una valenza diversa, ma si estende a un rapporto più ampio di consulenza e assistenza nella modalità di gestione dell’azione, giudiziale o stragiudiziale che sia».

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