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2011
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«Solo un rapporto paritario e sinergico tra avvocato e azienda può garantire il corretto funzionamento del “patto quota lite”». Con l’avvocato Monica Romano abbiamo discusso dell’accordo introdotto in Italia nel 2006 con il decreto Bersani.
di Nicoletta Bucciarelli

Con “patto quota lite” si intende l’accordo tra l’avvocato e il cliente per cui l’avvocato percepisce una parte, la quota appunto, del risultato economico della controversia solo se questa ha esito positivo. Ma quali sono i pro e i contro di quest’accordo? Ne abbiamo parlato con l’avvocato Monica Romano, titolare dello Studio Legale Romano di Torino, specializzato nell’ambito del diritto civile. Le aree di competenza principali dello studio spaziano dalla responsabilità civile al diritto di famiglia, dal recupero legale alla soluzione stragiudiziale delle controversie, dal patrimonio immobiliare alla contrattualistica.
Da quando è applicabile il “patto quota lite” e come funziona?
«La possibilità di adottare il “patto quota lite” per la determinazione del compenso professionale, pratica ampiamente conosciuta nei paesi anglosassoni (e soprattutto negli Stati Uniti) è stata introdotta in Italia nel 2006 dal decreto Bersani. È ora lecito per l’avvocato pattuire con il cliente un compenso correlato al risultato in misura percentuale al valore degli interessi oggetto del contenzioso. È però necessario che il patto con il cliente venga stipulato in forma scritta, che il compenso previsto risulti proporzionato all’attività svolta e in ogni caso, che questo patto non si configuri come una cessione dei diritti sui quali è sorta la contestazione. Questi limiti sono previsti allo scopo di evitare che l’avvocato, essendo troppo coinvolto dall’esito della controversia, perda il suo doveroso distacco».
Volendo individuare una caratteristica prevalente del “patto quota lite” quale indicherebbe?
«Sicuramente la forte aleatorietà poiché il pagamento della prestazione, soprattutto se il patto è previsto nella sua forma ‘pura’, è correlato unicamente all’esito positivo della controversia. La forma più utilizzata, tuttavia, è quella ‘mista’, nella quale è determinato a priori solo il compenso base, cui si aggiunge una seconda voce di onorario, commisurata in percentuale sul risultato ottenuto, e quindi aleatoria».
In quali ambiti e materie viene applicato maggiormente il patto e quando sarebbe consigliabile non applicarlo?
«Il “patto” dovrebbe presupporre quantomeno il ragionevole fondamento della pretesa azionata. In pratica non si può prescindere dalla valutazione delle possibilità concrete di successo della lite o della negoziazione. Tuttavia, questa forma di compenso professionale trova più facilmente applicazione nelle materie del diritto del lavoro, della responsabilità civile e ove ci siano crediti da recuperare. È invece difficile immaginarne un’applicabilità nel settore del diritto di famiglia se non addirittura la sua legittima applicazione, nel campo della difesa penale».
L’applicazione del “patto quota lite” viene dunque più facilmente richiesta da grandi aziende, istituti bancari, compagnie di assicurazioni, in sostanza soggetti che hanno a che fare con la gestione di crediti.
«Nell’esperienza del mio studio, in effetti, si tratta principalmente di aziende che si trovano a dover gestire fisiologici importi di insoluto correlati agli alti fatturati. L’esigenza crescente di queste imprese è quella di trovare soluzioni idonee per una corretta gestione dei crediti che, da un lato, assicurino recuperi rapidi e significativi e, dall’altro permettano di controllare i costi di gestione dell’azione legale e di tenerli quanto più possibile contenuti, soprattutto se il credito non viene saldato dal debitore. Le aziende infatti, non possono rinunciare al tentativo di recupero del credito, perché è necessario alla corretta messa a bilancio (come perdita) dell’importo non recuperato e al conseguente sgravio fiscale delle somme».
Quali sono le difficoltà che fanno emergere la complessità del “patto quota lite”? Che cosa andrebbe fatto per una gestione dei compensi che tenga conto delle attuali esigenze delle aziende?
«Dovrebbe prevedere garanzie e limiti per entrambe le parti che, però, sarebbero difficilmente utilizzabili, almeno nel nostro sistema normativo. Credo quindi che il nostro ordinamento, caratterizzato
da alti costi e da tempi assolutamente incerti, renda di fatto impossibile un proficuo utilizzo di questo strumento».
Preso atto della sua esperienza professionale, come vede il rapporto tra azienda e avvocato?
«Lavoro da molti anni con le aziende piemontesi e conosco bene sia le loro esigenze sia le complessità dei loro processi decisionali. Il rapporto tra le parti si rivela proficuo e soddisfa le aspettative dell’azienda nella misura in cui è basato sulla reciproca collaborazione, sulla massima fiducia e sul rispetto per il lavoro svolto da ciascuno. Solo un rapporto paritario e sinergico, che porti avvocato e impresa ad avere gli stessi obiettivi consente di ottenere quella continuità di relazione che è requisito primario per ottimizzare e ridurre i ‘costi giuridici’, concentrandosi sulla prevenzione, e coordinando gli sforzi organizzativi e strutturali».

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