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Lo Studio Legale Romano ha sostenuto l’iniziativa ed ha partecipato ai lavori di AIDDA, Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti d’Azienda, fondata a Torino nel 1961, che ha scelto il capoluogo piemontese come sede del suo convegno nazionale e per festeggiare il cinquantenario della sua fondazione.

«Solo un rapporto paritario e sinergico tra avvocato e azienda può garantire il corretto funzionamento del “patto quota lite”». Con l’avvocato Monica Romano abbiamo discusso dell’accordo introdotto in Italia nel 2006 con il decreto Bersani.
di Nicoletta Bucciarelli

Con “patto quota lite” si intende l’accordo tra l’avvocato e il cliente per cui l’avvocato percepisce una parte, la quota appunto, del risultato economico della controversia solo se questa ha esito positivo. Ma quali sono i pro e i contro di quest’accordo? Ne abbiamo parlato con l’avvocato Monica Romano, titolare dello Studio Legale Romano di Torino, specializzato nell’ambito del diritto civile. Le aree di competenza principali dello studio spaziano dalla responsabilità civile al diritto di famiglia, dal recupero legale alla soluzione stragiudiziale delle controversie, dal patrimonio immobiliare alla contrattualistica.
Da quando è applicabile il “patto quota lite” e come funziona?
«La possibilità di adottare il “patto quota lite” per la determinazione del compenso professionale, pratica ampiamente conosciuta nei paesi anglosassoni (e soprattutto negli Stati Uniti) è stata introdotta in Italia nel 2006 dal decreto Bersani. È ora lecito per l’avvocato pattuire con il cliente un compenso correlato al risultato in misura percentuale al valore degli interessi oggetto del contenzioso. È però necessario che il patto con il cliente venga stipulato in forma scritta, che il compenso previsto risulti proporzionato all’attività svolta e in ogni caso, che questo patto non si configuri come una cessione dei diritti sui quali è sorta la contestazione. Questi limiti sono previsti allo scopo di evitare che l’avvocato, essendo troppo coinvolto dall’esito della controversia, perda il suo doveroso distacco».
Volendo individuare una caratteristica prevalente del “patto quota lite” quale indicherebbe?
«Sicuramente la forte aleatorietà poiché il pagamento della prestazione, soprattutto se il patto è previsto nella sua forma ‘pura’, è correlato unicamente all’esito positivo della controversia. La forma più utilizzata, tuttavia, è quella ‘mista’, nella quale è determinato a priori solo il compenso base, cui si aggiunge una seconda voce di onorario, commisurata in percentuale sul risultato ottenuto, e quindi aleatoria».
In quali ambiti e materie viene applicato maggiormente il patto e quando sarebbe consigliabile non applicarlo?
«Il “patto” dovrebbe presupporre quantomeno il ragionevole fondamento della pretesa azionata. In pratica non si può prescindere dalla valutazione delle possibilità concrete di successo della lite o della negoziazione. Tuttavia, questa forma di compenso professionale trova più facilmente applicazione nelle materie del diritto del lavoro, della responsabilità civile e ove ci siano crediti da recuperare. È invece difficile immaginarne un’applicabilità nel settore del diritto di famiglia se non addirittura la sua legittima applicazione, nel campo della difesa penale».
L’applicazione del “patto quota lite” viene dunque più facilmente richiesta da grandi aziende, istituti bancari, compagnie di assicurazioni, in sostanza soggetti che hanno a che fare con la gestione di crediti.
«Nell’esperienza del mio studio, in effetti, si tratta principalmente di aziende che si trovano a dover gestire fisiologici importi di insoluto correlati agli alti fatturati. L’esigenza crescente di queste imprese è quella di trovare soluzioni idonee per una corretta gestione dei crediti che, da un lato, assicurino recuperi rapidi e significativi e, dall’altro permettano di controllare i costi di gestione dell’azione legale e di tenerli quanto più possibile contenuti, soprattutto se il credito non viene saldato dal debitore. Le aziende infatti, non possono rinunciare al tentativo di recupero del credito, perché è necessario alla corretta messa a bilancio (come perdita) dell’importo non recuperato e al conseguente sgravio fiscale delle somme».
Quali sono le difficoltà che fanno emergere la complessità del “patto quota lite”? Che cosa andrebbe fatto per una gestione dei compensi che tenga conto delle attuali esigenze delle aziende?
«Dovrebbe prevedere garanzie e limiti per entrambe le parti che, però, sarebbero difficilmente utilizzabili, almeno nel nostro sistema normativo. Credo quindi che il nostro ordinamento, caratterizzato
da alti costi e da tempi assolutamente incerti, renda di fatto impossibile un proficuo utilizzo di questo strumento».
Preso atto della sua esperienza professionale, come vede il rapporto tra azienda e avvocato?
«Lavoro da molti anni con le aziende piemontesi e conosco bene sia le loro esigenze sia le complessità dei loro processi decisionali. Il rapporto tra le parti si rivela proficuo e soddisfa le aspettative dell’azienda nella misura in cui è basato sulla reciproca collaborazione, sulla massima fiducia e sul rispetto per il lavoro svolto da ciascuno. Solo un rapporto paritario e sinergico, che porti avvocato e impresa ad avere gli stessi obiettivi consente di ottenere quella continuità di relazione che è requisito primario per ottimizzare e ridurre i ‘costi giuridici’, concentrandosi sulla prevenzione, e coordinando gli sforzi organizzativi e strutturali».

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Se il rapporto presentato da Ires-Cgil  conferma una costante riduzione dei redditi dei professionisti, l’impressione è che la contrazione non riguardi tutti gli avvocati. Non a caso, la tendenza del mercato legale italiano è ormai consolidata nella formazione di due tipi di studio “di successo”: l’uno di grandi dimensioni, che, seppur esposto agli sbalzi del mercato finanziario e dell’economia globale, attrae per definizione i grandi clienti; e l’altro, di piccole dimensioni, più snello e adattabile, grazie anche a budget più leggeri quanto a spese di gestione. Sono interessanti, al riguardo, le opinioni di alcuni esponenti di questo secondo “segmento”.

Oltre a sostenere che, per offrire un buon servizio, sul mercato legale «le dimensioni non contano», i professionisti interpellati rimarcano come la scelta di non superare la massa critica di 10 avvocati (quota che è genericamente considerata lo spartiacque tra studi piccoli e medi) consenta di essere flessibili e di seguire gli andamenti del mercato agendo tempestivamente. Decisive, poi, l’organizzazione, la specializzazione e la comunicazione diretta e trasparente con i clienti.
In sostanza, si mette in campo l’offerta di nuove modalità di erogazione dei servizi, grazie all’istantaneo aggiornamento alle più recenti normative e procedure. Nello stesso tempo si sopperisce – grazie all’aggiornamento consentito dalle più recenti tecnologie, tanto per la comunicazione quanto per la gestione delle pratiche e dello studio – alla mancanza non solo di grandi uffici ma, anche, di costosi apparati.
Tuttavia, un’organizzazione che risulti polarizzata verso la qualità della prestazione impone, più di altre, che si realizzi un’attenta articolazione delle risorse professionali, allo scopo di assicurare che avvenga un costante aggiornamento nelle materie di competenza dello studio. E questo è un punto critico da non sottovalutare.

«Per chi si occupa di diritto penale dell’economia – sostiene Alessandro Pistochini, penalista milanese – la piccola dimensione dello studio è un tratto caratterizzante. La differenza tra uno studio e l’altro sta nel livello di specializzazione imposto dalla materia, molto complessa e tecnica. Del resto, il rapporto cliente/penalista è necessariamente fiduciario e quindi il contatto diretto è ineludibile anche con il cliente internazionale, che retribuisce il professionista in ragione del tempo impiegato e della “seniority” dell’avvocato».

Della stessa opinione è Monica Romano, avvocato torinese specialista di recupero e gestione dei crediti d’azienda: «La dimensione contenuta di uno studio legale offre il vantaggio del superamento dei troppi filtri tra cliente e avvocato, che necessariamente incidono sulla tempestività nelle risposte. Quel che conta è la capacità dello studio di adeguarsi alle esigenze del cliente. Ai clienti non interessa il numero di persone che compongono la struttura, quanto avere riferimenti costanti con i quali consolidare il rapporto di fiducia. Per contro, la piccola struttura non può garantire una competenza professionale a raggio illimitato. Quanto all’organizzazione, la dimensione non deve togliere nulla all’efficienza, in particolare se, come nel mio caso, si lavora con le aziende: servono hardware efficiente, software dedicato e aggiornato. Naturalmente, avere collaboratori affidabili e responsabili è fondamentale».

Un tasto “dolente” che viene toccato anche da Ernesto Belisario, avvocato esperto di nuove tecnologie con studio a Potenza e Roma: «Sotto il profilo dei collaboratori – specifica – molto spesso gli studi di piccole dimensioni non possono contare su risorse qualificate, non avendo la stessa capacità di attrarle e trattenerle. Ma a volte vengono apprezzati altri vantaggi, specialmente la flessibilità organizzativa e produttiva. Per chi, come me, si occupa di una nicchia meno tradizionale del diritto, questa flessibilità si traduce nella capacità di aggredire il mercato sfruttandone l’ottima conoscenza e il contatto diretto con la clientela».
Anche Belisario sottolinea la necessità di una specializzazione verticale, che considera il primo passo sulla strada per la qualità: «A parità di competenze – conclude – le chiavi che fanno la differenza sono: la velocità (tutti i clienti sono ormai abituati a ottenere servizi in real time); la trasparenza sulla strategia difensiva, come sullo stato della prestazione e sulle tariffe; la comunicazione su quello che lo studio sa fare e, infine, l’innovazione. Il sito web, la posta elettronica, la presenza sui social network sono strumenti fondamentali anche per il marketing».

I punti da non trascurare

1) L’AGGIORNAMENTO
Si devono articolare attentamente le risorse professionali, allo scopo di assicurare che avvenga un costante aggiornamento nelle materie di competenza dello studio. Questo viene evidenziato come un punto critico che non può essere sottovalutato

2) I COLLABORATORI
È molto importante avere a disposizione collaboratori affidabili e responsabili. Tuttavia, per gli studi di piccole dimensioni non è facile poter contare su profili del genere, a causa di una capacità ridotta (rispetto ad altre realtà) di attrarli e di trattenerli

3) L’INNOVAZIONE
Sotto il profilo organizzativo, l’informatizzazione assume un ruolo decisivo ai fini dell’efficienza della struttura. Inoltre, il sito internet e la presenza sui social network sono considerati strumenti importanti anche per quanto riguarda il “fronte” del marketing.

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